Il Buon Vecchio Zio Giò

Quod non suffocat, pinguem facit

Quando meno te l’aspetti

“You live your life like a canary in coal mine,

you get so dizzy even walking in a straight line.”

The Police

Ben ritrovati.

Lo so, sono stato assente da questo luogo per molto tempo. Troppo tempo.

Potrei anche elencare tutte le motivazioni della mia assenza, ma temo che risuonerebbero piuttosto vuote, un’eco che rimbalza sulle pareti umide di una caverna La definizione esatta è “scuse”.

Ciò che conta è che sono ancora qui, pronto a ricominciare, con un obiettivo allo stesso tempo differente e molto simile a quello che mi ha spinto ad aprire un blog, tanti anni fa. Scrivere qui, d’ora in poi, sarà considerato una terapia.

A essere più precisi, parte di una terapia. Non vi tedierò con tutta la storia che sta dietro a questa scelta, ma la decisione di affidare i miei pensieri a un diario elettronico (perchè un blog questo è…) serve per dare loro una forma concreta, aiutarmi nella loro analisi, comprendere quali di essi hanno uno scopo e mi fanno stare bene e quali, invece, sono solo una forma elaborata e contorta di fuga.

Lo sappiamo che tenere un diario è terapeutico, ma perchè continuare a frantumare le gonadi dei poveri innocenti che incapperanno in queste pagine?

La critica è ineccepibile: c’è un mondo, un intero metaverso, là fuori, che si ostina a far conoscere le proprie opinioni agli altri senza chiedere il permesso. Devo aggiungermi anch’io? Devo prendere il numerino e ingrossare la fila di coloro che urlano nel deserto della post-verità? Non sembra anche a voi che la marea degli imbecilli che hanno una bocca per parlare e null’altro sia sempre montante?

Tutto vero. La realtà è un’altra, però. Non me ne frega più niente di quello che pensano gli altri. Ho bisogno di far sentire la mia voce. E lo farò. Punto. Che vi piaccia o meno. Siamo in un paese ancora abbastanza libero, no? Se io scelgo di dire la mia, voi scegliete di non ascoltarmi. Io continuerò a pubblicizzare le mie esternazioni tramite i social, ovvio, perchè sono sempre e ancora convinto che scrivere senza qualcuno che legge è fondamentalmente masturbazione. Piacevole, salutare, ma in ultima analisi non produttiva di effetti.

Da oggi, quindi, e con una cadenza che mi sforzerò di mantenere regolare, mi ritroverete qui.

E cosa troverete? Di tutto. Riflessioni, narrativa, umorismo, confessioni, cronaca. Il protagonista potrei essere io, o le persone che amo, che conosco, che incontro, o ancora personaggi di mia totale invenzione. Chi lo sa?

Avete notato la citazione in cima, in alto a destra? Da molto tempo mi sento come i poveri canarini utilizzati dai minatori, prime sentinelle di un’imminente, e potenzialmente letale, fuga di gas. La sensazione è quella per cui tutto ciò che ho vissuto finora, ciò che ho imparato, ciò che fa di me quello che sono, mi abbiano portato a dover vivere in punta di piedi, nella paura costante di captare anche il minimo segnale della fine imminente, sperando così di sfuggirle.

Non che guardare al pianeta Terra in questo medio autunno del 2022 ispiri sentimenti di gioia e speranza, ma sono esausto di scivolare tra gli interstizi della realtà alla ricerca di un refolo di aria pura. Vivere da canarino stanca: lo può testimoniare Giovanni Drogo, che ha trascorso la propria esistenza aspettando i Tartari e quando sono arrivati lo hanno ignorato. E io, ora, come disse qualcuno, “preferirei di no”.

Liquidate queste riflessioni con la definizione che più vi piace: paranoia, depressione, zeitgeist, ipersensibilità, vigliaccheria, indolenza, peccato. Io le ho usate tutte ma non le ho rovinate, sono come nuove. Scegliete liberamente. Poi, sicuri della vostra scelta, accomodatevi verso l’uscita senza accalcarvi, così, ecco, uno alla volta, da bravi…

Ho scoperto che sono alla ricerca di un mio personale significato, visto che l’umana esistenza non ne ha uno proprio. Sto scoprendo a mie spese che la costruzione di un senso compiuto per le proprie azioni è schifosamente faticosa. Un’alternanza snervante di demolizioni, ristrutturazioni, varianti progettuali, litigate con il direttore dei lavori e vertiginosi aumenti delle materie prime. E le maestranze non capiscono la lingua e hanno pure il vizio di voler fare di testa loro, magari avendo pure ragione.

Volete sapere che cosa davvero mi fa paura? Non sapere che l’esistenza è “dukkha”, ma accettarlo. Sperimentare la sofferenza senza entrarci in contrasto (parole non mie, ma quanta saggezza…). Cambiare, e quindi crescere (e quindi morire… sì, morire), di continuo. “Sentire” che non ho e non ho mai avuto nulla da perdere. Permettermi di sbagliare senza condannarmi senza appello.

Sto nuotando sulla superficie. Voglio immergermi. Sto cercando il coraggio per farlo. Le bombole le ho già sulla schiena e ho le pinne ai piedi. C’è un fondale meraviglioso, pesci pagliaccio che sfrecciano tra i coralli e mante che danzano con la leggiadria di ballerine. Rocce aguzze, anche. Squali, mi dicono. I rischi di qualsiasi subacqueo, nient’altro.

“Practice makes perfect”. Perseverare è diabolico solo quando i demoni non sono i tuoi. E solo errando si possono scoprire posti nuovi.

Stay tuned!

A rieccolo!

Lo so, lo so. Dovrei essere più regolare con questa poverina creaturina del blog.
Non è che non abbia fatto nulla nel frattempo, intendiamoci. Ho anche scritto, ma trattandosi di concorso non ne ho fatto parola con nessuno. Non ho vinto, ma almeno sono stato menzionato per la qualità della scrittura. Magari un giorno il racconto ve lo ripropongo proprio qui, chissà…

Intanto si avvicina Natale.
Sarà il periodo.
Sarà che non ce n’è uno che sembri normale, da una parte all’altra del globo.
Sarà che ho sempre meno pazienza nei confronti dell’umanità.
Sarà che, semplicemente, ho un gran brutto carattere e sono, altrettanto semplicemente, bravo a nasconderlo.
Però, quando arrivano le feste, la vena horror si gonfia particolarmente e la cattiveria mi risale in gola come acido, e da qualche parte devo pur sfogarmi, giusto?

Quindi, vi beccate un raccontino piccolino piccolino, una nuga, come dicevano gli antichi latini, trasudante un po’ di sana crudeltà.

Scusate gli eventuali orrori di ortografia e, se vi va. commentate e diffondete.
Voster semper voster (e chi ha qualche anno, riconoscerà la citazione…),

Zio Giò

Patti chiari

 

Di tempo, supermercati e fumetti

“… and the one day you find
ten  years have got behind you,
no one told you when to run,
you missed the starting  gun.”

Roger Waters – Pink Floyd.

Sei da poco entrato al supermercato insieme alla tua compagna.
Sono le sei di sera, i monti oltre le grandi vetrate stanno diventando scuri come il cielo, i lampioni al sodio riversano luce triste sul piazzale semideserto. Sei per una volta tanto senza pensieri, al massimo ti si accende in testa qualche lucina che illumina uno degli articoli che pensi di dover acquistare. Sei la prova vivente di quel famoso studio condotto sulle massaie che andavano a fare le spesa, la cui frequenza dei battiti di ciglia diminuiva quando giravano per gli scaffali, come se fossero in trance. Ti senti rilassato, un po’ assonnato, forse. Hai le difese abbassate, questo è sicuro.

Lasci per un attimo la tua compagnia al reparto ortofrutta. Non c’è tanta gente in giro, e mentre vaghi senza una meta in cerca di offerte, ti senti magneticamente attratto dallo scaffale dei libri. E’ più forte di te: sai che darai un’occhiata, come sai perfettamente che non trovi mai nulla di interessante. In un angolo, sulla fila centrale, ci sono alcuni simpatici volumi con ristampe di fumetti Disney. Ti sovviene di averne comperato uno, diverso tempo fa, e anche se le storie erano tratte da numeri che non avevi mai letto l’hai trovato divertente. Sì, perchè gli albi di Topolino sono stati una meravigliosa costante per i determinanti anni della tua infanzia, una certezza settimanale sicura come le corse in bicicletta d’estate e la neve a dicembre. Hai smesso solo poco dopo il numero 1700 e qualcosa, deluso dalla piega banale che avevano preso le storie, e una volta adulto te ne sei comunque pentito, continuando a ricercare le vecchie storie sulle bancarelle o su eBay.

Inizi a sfogliare un volume, poi un secondo, poi un terzo. Sono ristampe a tema, storie prese da vari numeri e accomunate da un argomento come il cinema o lo sport. Tranne l’ultimo, quello che hai in mano in questo momento, che raccoglie tutte le “puntate” della famosa (beh, almeno per i fans…) Trilogia della Spada di Ghiaccio. Giri le pagine con più calma, ricordandoti di quanto ti erano piaciute quelle storie che mettevano insieme fantasy classica, mitologia norrena e spirito natalizio. Nella tua poco meno che sterminata collezione di fumetti ne possiedi almeno due ristampe in volumetto, oltre che tutti i numeri originali dove sono apparse la prima volta. Ti fermi sulle prime pagine del volume, alla prefazione.
E’ in questo preciso momento, quando sei esposto all’uragano della memoria come un fragile virgulto, che accade.

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Le copertine degli albi in cui le storie furono pubblicate la prima volta sono di fronte ai tuoi occhi.
Come strani animali con troppe zampe, i ricordi risalgono con frenesia  le scoscese pareti del tuo pozzo della memoria e ti si piazzano sulle spalle con tutto il loro insopportabile peso.
Le tue mani bambine che giravano quelle pagine. L’odore della carta. L’attesa del Natale. Le sere scure nel tepore di casa. La neve che si accumulava nel cortile. Lo scatolone con le decorazioni dell’albero. La colla e le pigne per i regali da costruire in classe. La meravigliosa sensazione che tutto, persino i tuoi personaggi preferiti, fossero in sintonia con la stagione, i tuoi sentimenti, la tua vita semplice e compiuta.

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Te le ricordi tutte quante quelle copertine.
Le prime tre del Natale del 1982, le seconde del Natale del 1983, l’ultima del Natale del 1984. Avevi 8, 9 e 10 anni. Un bambino, nient’altro che un bambino… e ora quelle immagini colorati ti assalgono in un anonimo supermercato, una sera qualsiasi di più di trent’anni dopo, senza alcun preavviso.
E’ un colpo basso. E fa male, fa troppo male. Non eri preparato, ti sei trovato in mezzo alla tempesta all’improvviso.

Richiudi di scatto il volume e lo riponi sullo scaffale. Le mani ti tremano oltre il lecito e le ficchi nelle tasche del cappotto, per evitare che qualcuno si accorga del tuo turbamento. Alzi la testa e cerchi la tua compagna, ma non la vedi più tra le cassette del reparto ortofrutta. Deve avere proseguito, probabilmente sarà al reparto dei freschi o già al bancone della gastronomia.
Imbocchi una corsia a caso, per cercarla. Sono lacrime quelle che sgomitano per spuntarti dagli occhi? Fai appello a forze che non credevi di possedere e le ricacci giù per i dotti lacrimali, spingendo con violenza. Non è possibile, urli in una stanza chiusa dentro di te, non posso emozionarmi così tanto!
Invece è possibile. Senza accorgertene eri già arrivato sull’orlo di un burrone emotivo, e sono bastate alcune immagini colorate per farti precipitare di sotto.
Ritrovi la tua compagna, parlate della spesa, la segui lungo gli scaffali. Tutto è apparentemente normale. Le poche persone che frequentano il supermercato non si accorgono di nulla, ma uno tsunami sta spazzando le coste frastagliate della tua anima. Sono solo ricordi, ma ti stanno devastando.

Un po’ alla volta, con grande fatica, inizi a rilassarti. Quelle immagini continuano a danzarti davanti agli occhi, però, e con loro tante altre che provengono da quegli anni meravigliosi. Mentre riempi il carrello insieme alla tua ignara compagna, cerchi di ricomporre i frammenti che quell’uragano ha lasciato dietro di sé.
Non erano gli anni a essere meravigliosi, ora lo sai. Eri tu che risplendevi, di quella luce intensa e improvvisa che hanno solo i cuccioli, umani e non. Ti spostavi all’interno di un universo limitato, ma nulla di quello che hai vissuto dopo ha più avuto quei colori, quelle sfumature, quella ricchezza. Eri un grumo di presente assoluto, incapace di orizzonti temporali superiori all’ora di cena o al mattino di Natale… ed era meglio, e più giusto, così. Eri un piccolo aoristo che camminava, felice per minuzie fondamentali come un numero speciale di Topolino o la merenda sul divano di cucina.

Ti senti scisso, diviso tra le memorie che continuano a risalire zampettando dal pozzo e le corsie piene di prodotti ordinati e pronti per essere consumati. Dov’è quel bambino che leggeva le storie della Spada di Ghiaccio, ora? Si è davvero trasformato nell’adulto che sei? Come può essere che quella sfera perfetta e lucente sia diventata una linea, che si proietta senza riposo tra passato e futuro?
Siete alla cassa, ora. Metti i tuoi acquisti sul nastro scorrevole, uno alla volta. Nella tua mente stai facendo lo stesso con i tuoi ricordi.  In entrambi i casi sai che il conto finale sarà salato, ma potrai ancora permettertelo. Vorresti abbandonare tutto e ritornare a drogarti con quegli anni, intontirti di passato per sempre. Qualche volta lo fai, ma sai anche che dovresti smettere.
Esci dal supermercato ed è un vento fresco quello che ti accoglie, un vento vero, con suoni e odori della vita dell’universo intero. La tua compagna ti sorride e tu ricambi con gioia.

Sei esploso, ti sei ricomposto, e sei pronti a farti fare a pezzi di nuovo. Beh, pronto… ti capiterà ancora. Continui a frugare nelle pieghe della mente, sorpreso di non trovare una lezione o una morale da quello che ti è successo. E’ solo la tua, spesso insana, predisposizione a voler metter ordine nelle cose. Accontentati, ti dici, lascia perdere definizioni o significati.
Metti in moto l’auto ed esci dal parcheggio del supermercato. La tua compagna è vicina a te, il bagagliaio risuona di barattoli e flaconi, la sera riduce il mondo a coppie di fari che si incrociano su una strada. Un bambino freme per i regali di Natale mentre legge l’ultimo numero del suo fumetto preferito, contemporaneamente a un uomo che ricorda quel bambino e che pensa alle incombenze d’ufficio del giorno dopo.
Alla radio, Gloria Gaynor confessa che “at first I was afraid, I was petrified”. 
La capisci alla perfezione, ora. Sopravviverai anche tu.

Il paradiso può attendere?

Nebbia.
O forse nuvole.
Non si riesce a capire. Forse entrambe.
Una foschia inquieta. Filamenti che fluttuano, scivolano, scompaiono e si riformano.
Un po’ alla volta, però, qualcosa emerge dallo sfondo candido.
È un uomo, corpulento, seduto su una panca di legno.
Dietro di lui s’intravede un muro bianco, poco sopra alcune assi di legno di scuro, sulla sua destra l’arco di una porta. Una casa di montagna, probabilmente la sua.
L’uomo sta scrivendo su un’agenda appoggiata sulle ginocchia, una di quelle agende rilegate in finta pelle che le banche regalavano ai propri correntisti a Natale. Lo sguardo, concentrato, è racchiuso dagli occhiali in metallo, una montatura a goccia fuori moda, ma che non ha mai smesso di avere successo tra le persone di una certa età. Gli occhi sono scuri, ma sono vivaci e luminosi come quelli di un bambino, sembrano davvero brillare di una luce tutta loro.
Il volto è ampio, la pelle ha una piacevole carnagione scura, i capelli neri stanno lasciando un po’ di spazio in cima alla testa. L’uomo rilegge quello che ha scritto muovendo le labbra in silenzio, poi chiude l’agenda e la appoggia sulla panca.
Il suo sguardo si concentra su qualcosa dentro di sé. Poi sorride.
Forse è solo un’impressione, ma sembra che la nebbia si allontani ancora di più, quasi fosse spaventata dalla luce di quei denti bianchi e larghi. È un sorriso franco, cordiale, caldo. Sale dagli angoli della bocca e coinvolge quegli occhi di fanciullo, moltiplicandone la luminosità.
C’è un altro particolare che colpisce. Sopra gli occhi, le sopracciglia formano due ispidi accenti circonflessi, che gli conferiscono l’aspetto di un simpatico diavoletto. Non è difficile immaginarselo mentre rimprovera qualcuno con voce profonda, per poi fargli l’occhiolino e indirizzargli uno di quei disarmanti sorrisi.
Allunga le gambe, avvolte in pantaloni di velluto a coste, e appoggia le braccia sullo stomaco prominente. Le mani, grandi e appena macchiate dall’età, spuntano dalle maniche di una camicia di flanella. Le grosse dita sono quelle di una persona che non ha paura di lavorare, di spaccare legna, di impastare il pane, di costruire una casa.
Guarda di fronte a sé, sospirando.

La nebbia corre più veloce, allontanata dalla gioia che scende da quel volto.
Poco distante, qualcosa spunta dai filamenti bianchi.
È la sagoma di una berlina nera di grande cilindrata, che si ferma a poca distanza dall’uomo seduto sulla panca di legno.
La portiera si apre e ne esce un uomo anziano, avvolto da un cappotto blu da cui spuntano eleganti pantaloni neri e scarpe a punta.
Si guarda attorno, come se stesse cercando di capire dove si trova.
È alto, imponente, solo un po’ curvato dalle tante primavere. I lisci capelli color argento si raccolgono in una grande onda, sopra l’ampia fronte. Anche lui indossa gli occhiali, una montatura simile a quella dell’uomo seduto sulla panca, solo che la sua brilla di riflessi dorati. Il viso è allungato, gli occhi hanno taglio quasi orientale. L’espressione è serena, la bocca sottile disegna una linea sempre pronta a tramutarsi in sorriso.
Accenna pochi passi in direzione dell’uomo seduto, poi si ferma per guardarlo meglio.
L’uomo seduto ricambia lo sguardo.
Non si conoscono, ma si riconoscono.
L’uomo con il cappotto sorride e spalanca le braccia, come se avesse ritrovato un amico che non vedeva da troppo tempo. La felicità gli corre fino agli occhi, che si spalancano e illuminano il volto abbronzato.
L’uomo seduto gli fa cenno di avvicinarsi, spostandosi verso uno dei braccioli per fargli posto. I due si accomodano e si stringono la mano, poi si guardano ancora una volta e decidono per un abbraccio.
L’uomo dai capelli d’argento si slaccia il cappotto e la giacca del completo nero, sotto i quali spuntano il collo di una camicia bianca e il nodo di una cravatta bordeaux. Una vecchia cicatrice al sopracciglio destro accentua i suoi tratti nobili. Incomincia a parlare, inframezzando alle frasi larghi sorrisi e gesti delle mani dalle dita lunghe e curate Il suo compagno annuisce, sorride, appoggia la mano sinistra sul ginocchio e continua il dialogo, accompagnandolo con ampi gesti dell’altra mano.
Dietro di loro, la nebbia in continuo movimento lascia intravedere nuovi paesaggi. Paesi in riva al mare, montagne innevate, piccole chiese, bambini, donne, uomini.
Tutto scorre trasportato dalle loro parole.
E poi, ogni tanto, ridono. E tutte le immagini che fluiscono, alle loro spalle, ridono con loro.  

La nebbia si avvolge su se stessa, s’infittisce, si dirada.
Da qualche parte dietro ai due uomini seduti, un sipario bianco si apre e una vecchia carrozza ferroviaria si ferma. Le porte si aprono e appare una donna.
Discende i gradini con grazia, i piedi avvolti in classiche decolleté nere e le caviglie sottili velate da calze appena sfumate. Anche lei fa un paio di passi in avanti, guardandosi intorno.
È una bella signora, vestita con un tailleur rosso, le linee del corpo ammorbidite dall’età eppure ancora eleganti. I capelli sono corti, un’acconciatura semplice di morbide onde color miele. Non porta trucco, eccezion fatta per un rossetto del più classico dei colori, che s’intona con quello dello smalto sulle unghie curate. Indossa anche lei gli occhiali, una montatura sottile con le lenti grandi che incorniciano gli occhi nocciola.
C’è una grande dolcezza su quel viso chiaro, la pelle ancora liscia e un accenno di sorriso sulle labbra.
Avanza ancora, avvicinandosi ai due uomini seduti che ora, accortisi di lei, hanno smesso di parlare.
La donna li conosce entrambi e affretta il passo per raggiungerli, facendo dondolare la borsa che tiene appesa al braccio. Entrambi gli uomini si alzano per abbracciarla e baciarla sulle guance, elargendo sorrisi ancora più grandi e più belli dei precedenti. La donna ricambia ognuno di quei sorrisi, addolcendosi ogni volta di più.
La panca li accoglie tutti e tre comodamente, la donna al centro e gli uomini a lato.
Il dialogo ricomincia. Il turbinio di parole e di risate si riflette nel vorticare delle immagini e dei colori alle loro spalle. Altre figure si aggiungono, altri episodi, altri luoghi.
A un certo punto la donna alza entrambe le mani per imporre una pausa. Fruga per un breve istante nella borsa e ne estrae un album di fotografie.
Lo apre e tutti e tre ricominciano il dialogo, indicando ora una foto, ora l’altra.
E ridono, ridono di cuore.
È bello vederli ridere. Qualcosa sembra dilatarsi dentro ogni volta che accade.
È bello vederli insieme.
Sono belli.
Non c’è bisogno di spiegazioni. 

In lontananza, la nebbia si agita con una furia mai vista.
Si coagula intorno a una sagoma, poi si dissolve e al suo posto c’è una figura.
È alta, i capelli neri lunghi fino alle spalle, la pelle color cioccolata. Indossa uno sherwani indiano, azzurro con degli impossibili riflessi dorati.
È scalza è non possibile guardarla direttamente gli occhi.
Cammina sicura, come se tutto quello che le sta intorno fosse suo.
A un passo sembra un uomo, al passo successivo sembra una donna.
L’unica certezza è che è meravigliosa. O meraviglioso.
Divino.
Si avvicina alle tre persone sedute sulla panchina, che alzano contemporaneamente la testa verso di lui, o lei.
L’uomo con le grandi mani spalanca gli occhi. Quello che vede è un uomo anziano, con la barba bianca, immensamente saggio e circonfuso di luce. Non ha alcun dubbio, e si getta in ginocchio.
L’uomo con i capelli color argento sorride. Quello che si sta avvicinando è un giovane con la barba e gli occhi scuri, quello che soleva dire “ama il prossimo tuo come te stesso”. Nemmeno lui ha dubbi, e lentamente s’inginocchia.
La donna dallo sguardo dolce s’illumina. Quella di fonte a lei è una donna con un velo blu, che spalanca le sue braccia e le sorride con tutta la calma e la serenità dell’universo. Il dubbio non la sfiora, e scivola in ginocchio verso quelle mani aperte.
La figura si ferma in mezzo a quel semicerchio di persone, e sfiorando le spalle di ognuno di loro le invita ad alzarsi.
Tutti e tre si alzano e lui/lei li stringe in un abbraccio.

Una fantasia.
Quella che avete letto è solamente una fantasia.
Una fantasia rassicurante, consolatoria, ma nient’altro che una fantasia.
È agli atti il mio pensiero riguardo alla religione, a qualsiasi religione, ai dogmi, alla vita dopo la morte, al paradiso e all’inferno. Non credo in nulla di tutto questo.
So quello che siamo e quello che siamo destinati a diventare.
Siamo atomi forgiati miliardi di anni fa in qualche nucleo stellare, scagliati lontano dall’esplosione di una nova e ricompattati, molti miliardi di anni dopo, dalla gravità e da una lunga catena di eventi biologici. E con la calma dei millenni, ritorneremo un poco alla volta alle stelle da cui siamo partiti, un atomo alla volta.
Non mi faccio illusioni e mi è sempre sembrato disonesto coltivarne.

Eppure.

Eppure è capitato anche a me di incrociare il mio cammino con persone dotate di una grande fede.
Persone che credevano con forza, ma che non si sono mai lasciate ingabbiare dai dettami di una gerarchia ecclesiastica.
Persone che hanno amato il loro prossimo sul serio, con il lavoro, la bontà e la dedizione.
Persone che hanno preso il meglio di quegli insegnamenti lanciati dai pulpiti, sbarazzandosi delle scorie e delle meschinità.
Persone che parlavano con convinzione di quello in cui credevano, ma che hanno sempre lasciato che fossero le loro azioni a parlare più forte.
Poiché le ingiustizie non mi sono mai piaciute, ho sempre pensato che persone come queste meritassero di avere un dio.
Per il resto dell’umanità, me compreso, valgono le regole sopra esposte. “No hell below us, above us only sky”, come ha detto qualcuno più titolato di me, ma mi piacerebbe che l’universo facesse un’eccezione per queste persone.
Dopo il loro comunque lungo cammino insieme a noi, loro meritano di risvegliarsi e di incontrare il dio in cui hanno creduto.
Mi sembra semplicemente giusto, tutto qui.
Ecco perché le ho volute riunire nella fantasia che avete letto. Anche un modo per salutarle, se volete. E quindi…

Ciao, Ennio!

Ciao, Giovanni!

Ciao, Mamma!

As time goes by…

It’s not the years, honey…  It’s the  mileage.”
Henry “Indiana” Jones
I predatori dell’arca perduta – 1981

 

Quanto tempo è passato, dall’ultima volta?
Troppo, decisamente troppo! Sto trascurando questa creatura, lo ammetto, non sono un buon padre.
Potrei tediarvi sulle motivazioni che mi hanno tenuto lontano dalla scrittura, ma anche no.
Nel frattempo, ridendo e scherzando (quasi sempre risate isteriche…) sono arrivato alla simpatica cifra di 42 primavere e sento un fastidioso rumore intorno a me, come un ticchettio…

Corri, corri, vecchio Uncino!

Corri, corri, vecchio Uncino!

No, la nemesi di Capitan Uncino e la sua sveglia nella pancia non centrano.
Vogliamo definirlo più come… il rumore dell’entropia? Sia come sia, il bisogno di tornare alle antiche passioni si fa più urgente. E oggi rimuoviamo uno dei principali ostacoli su questa via: il racconto che allego a questo post.
La contraddizione è solo apparente. Ho iniziato a lavorare su questo racconto un sacco di tempo fa, cercando di mettere assieme le suggestioni che mi derivano dal lavoro, la mia leggendaria difficoltà di orientamento, la passione per H.P. Lovecraft e la volontà di esercitarmi un po’ nei dialoghi. Solo che continuavo a tornare e ritornare sul testo, mai soddisfatto, limando, aggiungendo, spostando… Insomma, quello che era nato come un piacere è diventata una tortura!
Sentivo, però, che questo racconto dovevo portarlo a termine, in modo da chiudere definitivamente il capitolo e continuare a lavorare su altre idee.
Diciamo che è stato come espellere un calcolo: doloroso, ma necessario.
Non sono molto soddisfatto del risultato, ma lascio la sentenza definitiva a voi. Io mi sento infinitamente più leggero e so che, d’ora in poi, anche ci sarà da lavorare sodo, sarà tutta un’altra prospettiva.

Besos, e, come sempre, enjoy the ride!

Angoli

Forgotten Tracks – Episodio 00: Del perché e del percome.

Buongiorno a tutti, o buonasera, se mi state leggendo nella calma delle ore notturne.
Volevo innanzi tutto tranquilizzarvi: sto rivedendo e correggendo un racconto che è stato una spina nel fianco per un sacco di tempo, ma non dovrebbe volerci molto perché arrivi finalmente sul blog.
Nel frattempo… vi ricordate di quando, un po’ di tempo fa, vi accennai dell’idea di fare una serie di post nel mio stile, ma che fossero anche una sorta di “post di servizio”? Beh, ci siamo! Quello che state leggendo è l’episodio pilota, volendo prendere a prestito la terminologia dei serial televisivi da cui siamo assediati da un po’ di tempo a questa parte.

Tanto per capirci...

Tanto per capirci…

Mettendo insieme alcune mie passioni (l’escursionismo, la mountain-bike, la ricerca antiquaria, la storia, il territorio) vi proporrò alcuni post dove descriverò alcune forgotten tracks, ossia alcuni “percorsi dimenticati” che possono essere utilizzati per fare escursioni, sia a piedi, sia in bicicletta.
Perché tale scelta? E’ un modo per me divertente di mettere insieme diverse cose che mi piacciono e di farle conoscere anche a tutti gli sventurati che si imbattono in questo blog.  In uno o due post per volta descriverò, sia con le parole, sia con le immagini, i sentieri che mi sono trovato a percorrere e che mi hanno… sì, ispirato in qualche modo. Ho intenzione di concentrarmi su quelle strade che, per un motivo o per l’altro, sono state abbandonate dalle comunità che le hanno costruite e adoperate per lunghi anni, e che sono state inevitabilmente abbandonate a causa dell’obsolescenza dei mezzi di trasporto, dell’impossibilità di sostenerne i costi o, come spesso capita, della terrificante miopia dei politici e degli amministratori pubblici. Qualche volta sono state anche recuperate, come semplici strade di servizio, varianti di percorso o magari come vere e proprie piste ciclabili. In altri casi giacciono semplicemente lì, monumenti dimenticati all’ingegneria civile, preda degli artigli del tempo e della violenza degli elementi. In altri casi ancora non sono stati abbandonati del tutto, ma sono ormai diventati percorsi secondari, utilizzati solo da pochi frontisti o dagli abitanti di qualche piccola e nascosta frazione.

Pedala pedala, si abbattono le frontiere!

Pedala pedala, si abbattono le frontiere!

L’intento di questi miei post è duplice. Da un lato, posso suggerire alcuni validi percorsi alternativi a tutti coloro che, come me, amano cogliere suggestioni diverse da una semplice escursione a piedi o in bicicletta, cercando di capire come il territorio che attraversiamo sia mutato nel corso degli anni. Dall’altro, posso sfogare la mia insana passione per le infrastrutture civili e industriali del tempo che fu, quali le vecchie strade ferrate e non, quell’impulso che mi porta a fermarmi e a osservare un ponte in disuso, un muraglione di sostegno, una traccia dimenticata in mezzo a una valle, e che mi porta a domandarmi quali scelte abbiano spinto uomini e donne a costruire quella strada o quella ferrovia, quali vite conducevano, come speravano che il progresso cambiasse le loro vite.

To boldly go, eccetera eccetera

To boldly go, eccetera eccetera.

Vorrei conciliare questa mia solitaria perversione di cercare i segni del passaggio dell’uomo sul territorio, questa fascinazione per le rovine (anche recenti) e le storie che raccontano, con alcune indicazioni pratiche per farsi un bel giro in bicicletta, o a piedi, lontani dal traffico e dalle auto, senza per questo arrampicarsi in salite impossibili e discese da vertigine, adatte solo ad atleti e appassionati estremi. Qualche utile suggerimento per perdersi in tutta tranquillità, insomma, fare un po’ di fatica e allo stesso tempo guardarsi intorno, imparare qualcosa, e scoprire qualche angolo nascosto e dimenticato che magari abbiamo sotto casa.
Lo farò nel mio stile, cercando di “narrare” con adeguate descrizioni i luoghi da me attraversati, inframmezzando qua e là qualche notizia o curiosità che ho pescato sul percorso, infilando qualche particolare nota di colore quando è il caso, cercando di essere sempre leggero e divertente, ma non banale.

Pronti a seguirmi, in quest’ennesima idea balzana?
Alla prossima e stay tuned!

Anatomia del Natale

La dottoressa Conscience fuma una sigaretta sottile, riparata sotto il portico. Il dottor G*** non fuma, ma ha deciso di aspettare fuori con lei.
Il parcheggio dell’ospedale è deserto. La neve scende a fiocchi grandi e pigri, ma in quell’angolo di città è una battaglia persa. Niente riesce a rendere bello tutto quell’asfalto e quel cemento, non con quella sfumatura livida di arancione dei lampioni.
– Anche la notte di Natale, doc? – domanda Conscience, soffiando insieme fumo e condensa.
– Soprattutto la notte di Natale, mia cara – risponde G*** – Non possiamo mica fermarci. Ho bisogno di risposte.
La donna annuisce, scuotendo il caschetto di capelli castani.
– Tranquilla, finiamo con quei tre e poi ti lascio andare – la rassicura lui.
Un sorriso stanco le illumina il viso:
– Grazie.
Aspira a fondo dalla sigaretta e poi butta fuori il fumo dalle narici:
– E tu, non vai a casa stanotte?
– Devo compilare i rapporti – risponde G*** alzando le spalle – Ma non ti preoccupare. Sopravviverò.

911

– Da quale iniziamo per primo? – domanda Conscience mettendo in ordine i bisturi.
– Direi dal bambino – risponde G*** –  Dovrebbe essere il più semplice.
La dottoressa annuisce ed esce dalla sala settoria, dove rientra subito dopo con un carrello d’acciaio sui cui un telo bianco ricopre una piccola sagoma.  Tolto il telo, la donna appoggia con delicatezza il cadaverino sul tavolo d’acciaio, mentre G*** accende il registratore:
– Corpo n.  1 – inizia a dettare – Cognome “Bambino”, nome “Gesù.” Maschio, razza bianca, capelli biondi, ricci. Età apparente sei mesi, nessun segno sulla pelle.
– Alla faccia dell’accuratezza storica – sussurra Conscience – Non era nato in Palestina?
– Dopo duemila anni di iconografia imposta e statuine del presepe, cosa ti aspettavi? Andiamo avanti.
G*** prende il bisturi ed esegue un’incisione a Y da manuale. La donna gli porge le forbici e inizia a lavorare sui nervi e sulle piccole costole.
– All’apparenza, tutto regolare – continua – vediamo cosa troviamo.
Affonda due dita nel piccolo torace e inizia a tirare dolcemente. Un bagliore illumina dapprima il suo braccio, poi si riverbera sull’acciaio del tavolo e infine inonda tutta la stanza, costringendo G*** e Conscience a schermarsi gli occhi con un braccio. Una piccola stella cometa di pochi centimetri di diametro brilla nella mano di G***, mentre a occhi socchiusi ne estrae la coda con la maestria di chi ha srotolato chilometri di intestino. Diligentemente, la dottoressa prende il bizzarro mucchietto, lo pesa e lo pone su un vassoio, avendo cura poi di ricoprirlo con un telo.
La sala ritorna a essere illuminata solo dalle lampade.
– Credo fosse la parte più difficile – dice G*** chinandosi sul piccolo torace aperto – Il resto dovrebbe essere più tranquillo.
Con movimenti esperti delle dita, il dottore estrae una scatola di legno lavorato a intarsio, ricoperta di sangue come la stella.
– Attenzione – si rivolge alla donna – E’ piccola, ma è molto pesante.
Ne segue poi un’altra, da cui emana un profumo inequivocabile, e poi una terza, da cui fuoriesce un olio appiccicoso. Poi è la volta di un ramo di ulivo, alcuni pezzi di legno, una tavoletta con incise quattro lettere, dei chiodi e un intero rotolo di pergamena.
– Che lingua è? – domanda Conscience dopo averlo pesato, scostandone un lembo prima di ripulirlo e posarlo sul vassoio.
– Non sono un esperto, ma credo sia aramaico – risponde G***.
A uscire per ultimi sono infine una stola sacerdotale viola, accuratamente ripiegata, una statuina di presepe raffigurante un pastore con un agnellino sulle spalle, una Y, una W e due H in ferro arrugginito, e, dulcis in fundo, una colomba ancora viva, che G*** non riesce trattenere tra i guanti di lattice e svolazza impaurita schizzando sangue per tutta la sala, fino a quando Conscience non la intrappola in un angolo e, accarezzandola, la riporta sulla bilancia per le operazioni di misura.
G***, dopo un ultimo controllo, ricuce il piccolo cadavere e lo ricopre con il telo bianco. La donna, intanto, finisce di catalogare il tutto e infila la colomba, che tuba impaurita, dentro una gabbietta:
– Hanno senso per te tutte queste cose, Doc?
– Senso, di sicuro – annuisce G*** – Sul significato, ci sarebbe molto da dire. Porta dentro il prossimo, per cortesia.
Conscience si stringe nelle spalle ed esce, rientrando dopo poco con un altro cadavere. G*** fa per aiutarla a spostarlo sul tavolo, ma lei fa cenno che non serve: è evidentemente adulto, ma non deve pesare molto.
L’uomo toglie il telo e riaccende il registratore:
– Corpo n. 2. Cognome “D’Inverno, nome “Solstizio”. Maschio, razza bianca, capelli grigi. Età apparente… sopra i novanta, direi. Sono presenti cicatrici un po’ dappertutto, ma nessuna è recente. Sembra proprio morto di vecchiaia.
Non appena G*** finisce di aprire la cassa toracica, ne esce un soffio d’aria gelida che si condensa sull’acciaio del tavolo.
– Iniziamo bene – commenta Conscience sottovoce.
La mano di G*** affonda nel corpo e ne esce piena di neve, appena sporca di rosa pallido. L’uomo sospira e fa cenno alla donna di avvicinare un vassoio di quelli grandi. In un paio di minuti lo riempie di neve soffice, farinosa, che brilla di mille riflessi sotto la luce delle lampade. Conscience la pesa velocemente e poi corre a infilarla in una delle celle vuote, fuori dalla sala.
Il torace aperto del vecchio brilla livido sotto le lampade, talmente magro e stretto da far pensare che sia impossibile cavarne ancora qualcosa, ma G*** è tenace e continua a frugare, chino sulle costole fino quasi a sfiorarle con il naso. Conscience fa appena in tempo a tornare che l’uomo estrae un ramo di vischio  in pieno rigoglio, lungo almeno venti centimetri. Poi è la volta di alcune candele, di cui quattro accese, tre pietre squadrate (che Conscience appoggia su un ripiano, scoprendo che una si incastra sopra le altre due formando una specie di porta), due corna di quello che, a prima vista, sembra un toro e due autentiche orecchie d’asino. Sotto lo sguardo sempre più esterrefatto della donna, G*** fa per estrarre ancora qualcosa, ma rialza di scatto la mano guantata con un grugnito:
– Prendimi quella pinza, per cortesia – dice poi, agitando in aria la mano e indicando l’attrezzo sul vassoio con l’altra.
Conscience gliela porge e l’uomo, con estrema cautela, recupera dal torace cinque pezzi di brace, ancora ardente.
– Con cautela, scottano che è una meraviglia – ammonisce G***.
Infine, le mani del dottore estraggono una piccola sfera di un nero assoluto, che ha la sinistra tendenza a diventare più grande ogni volta che la si osserva.
– E di questa, cosa ne faccio? – domanda Conscience dopo averla pesata.
– Mettila in mezzo alla neve, in cella. Neve e notte vanno d’accordo.
La donna scuote la testa, ma esegue. G*** guarda ancora una volta, poi inizia il lavoro di ricucitura e finisce l’esame di tutto il materiale estratto. Una volta ricoperto il corpo, l’uomo si appoggia a un bancone e si sgranchisce le dita.
– Ancora uno, giusto? – Conscience si dirige verso la porta.
– L’ultimo, promesso – le sorride G***, mentre dispone gli strumenti puliti su un vassoio.
L’uomo inizia a canticchiare “Last Christmas” degli Wham, guardando il pigro movimento dei fiocchi dietro le finestrelle poste in alto, sopra agli armadi. La porta della sala si spalanca, interrompendo le sue riflessioni:
– Doc, questo è pesante! Me la daresti una mano?
G*** la segue, per poi rientrare spingendo il carrello insieme a lei. Il telo che ricopre il cadavere si tende a formare un grosso rigonfiamento rotondo, lasciando scoperte le braccia massicce e parte delle gambe. Una volta tolto, il telo rivela una grande pancia ricoperta di sottile peluria bianca.
– Corpo n. 3 – ricomincia G*** – Cognome “Natale”, nome “Babbo”. Maschio, sempre razza bianca, capelli bianchi. Età apparente… potrebbe avere sessanta come ottant’anni. La pelle è leggermente arrossata, ma non vedo segni particolari. Obeso senza ombra di dubbio.
Conscience fa per porgergli un bisturi, poi ci ripensa e ne prende uno più grande. G*** scosta la fluente barba bianca appoggiata all’addome e inizia a tagliare. Ci vogliono venti minuti buoni e diversi cambi di strumenti prima che rialzi la testa, detergendosi il sudore dalla fronte con l’avambraccio.
– L’ho sempre detto che il grasso sarebbe stata la sua fine – sospira alla fine. Conscience storce il naso.
Ora le mani dell’uomo affondano letteralmente nel torace, e il primo a uscirne è un abete intero con i rami carichi di brina. La donna lo aiuta a disincastrarlo dalle costole, ma alla fine ci sono aghi verdi dappertutto.
– Preparati, che con questo qui sarà un lavoraccio – la avvisa G***.
La sequenza non sembra avere fine: un nastro di fili argentati lungo almeno due metri, una vecchia teglia per lasagne in alluminio, una slitta di legno con la scritta “Davos Super”, una villetta rossa fatta di mattoncini Lego, un colorato menù stampato su un foglio A4, un calendario dell’avvento con le finestrelle tutte aperte, una decina di biscotti di zenzero rotondi, tutte le statuine di un presepe andino, la confezione rosa di un pandoro, una foto di famiglia dove tutti indossano dei cappelli rossi a punta, un biglietto ferroviario, una vecchia edizione de “Il Signore degli Anelli”, uno skipass stagionale con la foto di un ragazzo, una tutina da sci gialla, una grossa pigna con attaccate delle candeline rosse e una base viola di plastilina a forma di stella, un biglietto di augùri scritto in inglese su un foglio a righe di seconda elementare, un orsacchiotto di peluche con un fiocco rosso al collo, la foto di una catena di montagne a punta ricoperte di neve, una felpa grigia con il cappuccio e gli alamari, una musicassetta con due lingotti d’oro sulla copertina, e, per ultimo, due becher pieni di un liquido salato che una veloce analisi stabilisce essere lacrime.
Conscience misura e pesa tutto quanto, riponendolo in contenitori ed etichettandoli con la sua grafia minuta e precisa. Il lavoro di ricucitura del cadavere è, per fortuna, più veloce, e quando il corpo è stato riportato in cella rimane solo da pulire la sala, ridotta in uno stato pietoso.
– Vai – le fa cenno G*** con la scopa in mano – Qui finisco io.
– Sicuro? – domanda la donna, sperando non si senta il sollievo nella sua voce.
– Tranquilla – le risponde l’uomo sorridendo – E grazie ancora.

76078-4760783

Sono quasi le due del pomeriggio del giorno dopo quando G*** sente bussare alla porta del suo ufficio.
– Avanti – dice, senza sollevare gli occhi dal computer su cui sta scrivendo.
– Ciao Doc – esordisce Conscience facendo capolino dalla soglia – Tutto bene?
L’uomo le fa un cenno con la mano, mentre lei si accomoda sulla sedia di fronte alla scrivania.
– Sei rimasto qui tutto il tempo, vero?
G*** batte con soddisfazione ENTER sulla tastiera e guarda la donna.
– Volevo arrivare a una conclusione.
– E… ? – lo incalza lei.
G*** sospira. Fuori dalla finestra dell’ufficio un pallido sole illumina il parcheggio, dove la neve caduta la notte prima non si è ancora sciolta.
– Ho analizzato tutto quello che abbiamo trovato stanotte, con calma, attenzione e senza pregiudizi. E alla fine ho capito che quello che stavo cercando, del Natale aveva solo il nome.
L’espressione sul viso di Conscience vale più di mille parole.
– Ok, mi spiego meglio.
Allontana la poltroncina a ruote dalla scrivania e si avvicina alla donna:
– Di tutto quello che abbiamo estratto questa notte, solo alcune cose hanno davvero un significato, per me. Il resto sono riti, tradizioni, idee lontane che è normale sentire come proprie perché aumentano il nostro senso di appartenenza, a una terra, a una comunità, a qualsiasi cosa. Le cose che davvero mi appartengono, invece, continuo a ricercarle semplicemente perché mi legano a momenti in cui intorno a me c’erano solo certezze, capisci? Come l’infanzia, per esempio, in cui tutto ha il suo posto ed è… normale muoversi in mezzo a riferimenti solidi, precisi, che qualcun altro ha delineato per te.
Si allunga sulla poltrona e incrocia le mani dietro la testa:
– Oppure come i legami familiari. Nel bene o nel male, costituiscono dei capisaldi di cui devi tenere conto, da cui allontanarti o da conservare gelosamente. O quella strana miscela di ormoni e affinità elettive che chiamiamo amore. Alla fine è questo che sto cercando: certezze, solidità, fondamenta. Tutte cose di cui hai un disperato bisogno quando è il dubbio che regola la tua vita. E le cerchi, io le cerco, anche quando hai imparato che la realtà è fluida, in movimento continuo, e non può essere altrimenti che così.
Conscience annuisce, ma poi alza un dito e lo interrompe:
– Aspetta un attimo, Doc. Da quando ti sei convertito?
– Non l’ho mai fatto. Rimango lo stesso arido materialista e positivista di sempre. Mi sono solo reso conto di questo bisogno che mi porto dentro, del conflitto che genera, dell’impossibilità di soddisfarlo. Probabilmente è qualcosa che ci portiamo dentro tutti, per il semplice fatto che cresciamo, che diventiamo adulti. E tutto si cristallizza in questo periodo dell’anno, quando un ciclo sembra finire e un altro sembra ricominciare. Non è del Natale che ho bisogno, ma di quelle certezze che il Natale cerca di ricostruire. E se queste certezze sono i miei ricordi, i legami con la mia famiglia o con le persone a cui voglio bene – e le fa l’occhiolino – non ho bisogno di un giorno all’anno per celebrarle. Posso farlo quando voglio.
Conscience sorride, si alza e gli stampa un bacio sulla fronte:
– E allora, Doc, Buon Natale. Adesso scappo, o inizio il turno in ritardo.
G*** torna dietro la scrivania.
– Buon Natale anche a te, Conscience.

Lo scrittore è uno che scrive – Capitolo I: esercizi e allenamenti.

Una persona che stimo molto, e che sapeva il fatto suo tanto di vita, quanto di scrittura, mi spiazzò una volta quanto pronunciò la frase che da il titolo al post. Una tautologia, in apparenza: qualcosa che non aggiunge nulla all’ovvio, ma si limita a ribadirlo. Eppure, eppure… Cosa fa uno scrittore? Sfrondiamo da tutte le sovrastrutture possibili e immaginabili, arriviamo all’osso, lasciamo perdere i voli pindarici e teniamoci bene aderenti al terreno…
Quella persona aveva ragione.  Lo scrittore è qualcuno che, per i motivi più disparati, scrive.

Ho trascurato la scrittura, ultimamente. Masochismo, non saprei come altro chiamarlo. Evitare di fare qualcosa che piace accampando scuse di vario genere ha un senso solo se la privazione produce un piacere maggiore. E’ contorsionismo mentale, ma gente molto più titolata di me potrebbe dirvi che è tipico dell’essere umani. Ora credo sia arrivato il momento di riprendere, e potrei farlo con un post dove provo a fare esercizio. Vorrei esercitarmi, rispettivamente, nella descrizione di un sentimento e in quella di un paesaggio. Perché tedio voi con queste cose? O bella! Questo è il MIO blog e ci faccio quello che mi pare. Se devo dare giustificazioni anche qui, signora mia, dove andremo a finire?

I.

Erano le quattro del pomeriggio.
G*** rientrò nel suo ufficio, gli occhi incollati ai fogli che teneva in mano e la mente rivolta già alla prossima pratica da evadere. Con le spalle rivolte alle finestre, rimase in piedi a scorrere il documento che stringeva tra le dita, programmando mentalmente tutti i passi necessari a concludere il compito che quelle carte imponevano. Sbuffò e si sedette alla scrivania, appoggiando i fogli alla destra della tastiera e riattivando il computer con uno scatto nervoso del mouse. Posò lo sguardo sul portadocumenti a scomparti che occupava buona parte del ripiano, ingombro di documenti, sulla pila di fogli che vi stava davanti e sui faldoni colorati appoggiati sopra, la cui altezza stava facendo assomigliare il tutto a una nuova parete divisoria.
Scosse la testa. Una cosa alla volta, ripeté sottovoce, come un mantra. Fece per iniziare a scrivere quando si accorse che la luce nella stanza era cambiata. Si alzò per spegnere la luce e, mentre tornava alla poltroncina, alzò per caso lo sguardo verso le finestre.
Aveva finalmente finito di piovere e le nuvole si stavano lentamente sfilacciando, rivelando le pareti verticali delle montagne, in lontananza.
Sopra una certa quota aveva nevicato e aveva nevicato molto. Le montagne si erano trasformate in una delicata sinfonia orizzontale di grigio e bianco.
G*** si avvicinò al vetro e rimase a fissare le pareti innevate. Con lo stesso fluido movimento con cui le nubi si alzavano e si dissolvevano, così la cacofonia dei pensieri che sgomitavano nella sua testa si ridusse al silenzio. Mano a mano che nuovi particolari delle vette emergevano dal candore, le tessere del mosaico di programmi e preoccupazioni che pavimentavano il suo cervello si sgretolarono, rivelando il nulla.
G*** si accorse di stare sorridendo. Guardando le pareti rocciose striate di neve, si rese conto dell’eco cristallino della sua mente vuota. Ma non era un vuoto assoluto, oh no! Come fluttuazioni quantiche, ricordi di calma e serenità nascevano dal niente e al niente ritornavano, depositando strati su strati di gioia silenziosa. Nel fissare la quintessenza del paesaggio invernale, non così strano, ma comunque inconsueto per un inizio d’autunno, G*** si lasciò trasportare dalla quiete che gli era discesa dentro e dimenticò raccoglitori, faldoni, documenti, pratiche, tavoli, scrivania e computer.
Ora era un bambino che guardava i grossi fiocchi bianchi scendere dietro la finestra della cucina, il naso all’aria e la bocca aperta per lo stupore.
Ora era un ragazzino che correva verso la chiesa nel freddo di dicembre, il respiro che si condensava nell’aria e un berretto azzurro ben calato sulle orecchie, lo sguardo rivolto calda luce che fuoriusciva dalle vetrate del transetto.
Ora era di nuovo il bambino, che inspirava a pieni polmoni l’aria frizzante mista al fumo dei camini mentre scendeva dalla piazza del paese verso casa, pregustandone le promesse di inverno, di ghiaccioli dalle grondaie e di gote arrossate.
Ora era ancora il ragazzino che non aveva ancora litigato con la religione, seduto nei primi banchi per la novena di Natale, affascinato dall’incenso, le candele accese e le grandi statue del presepe tirate a lucido.
Ora era sempre il bambino, la testa appoggiata sulla poltrona nel tepore della sera, che cercava con tutte le forze di tenere gli occhi aperti fino alla mezzanotte.
Ora era un uomo, stupito di come in quella calma color panna tutti i pezzi riuscissero a trovare il loro incastro senza esitazioni, lasciandolo allo stesso tempo pieno fino all’orlo e leggero come una nuvola.
Un minuto, forse meno, forse di più. Non lo sapeva e non aveva importanza. C’erano momenti, come quel momento, in cui davvero il tempo si rivelava per l’illusione che era. Tutto aveva un senso, tutto suonava giusto, tutto seguiva il flusso.
Pan, il tutto. In quei momenti, ne comprendeva il significato. Ed era la sensazione di pienezza e di meraviglia di un pomeriggio d’inverno, vissuto da un bambino che tornava a casa affondando le scarpe nella neve.
Il telefono squillò.
G*** se ne accorse un paio di minuti più tardi, sentendo la voce del collega che aveva risposto al posto suo, nell’altra stanza.
La magia era scomparsa, ma aveva lasciato abbastanza tracce dentro di lui per recuperarla. Magari più tardi, a casa, prima di addormentarsi. O in un altra lunga giornata di frenesie d’ufficio.
Tornò a sedersi alla scrivania, recuperando la telefonata che il collega gli aveva passato. Fuori, sulle montagne, le nuvole continuavano a sfilacciarsi dolcemente.

II.

G*** sbucò dal vicolo tra le due case e si ritrovò sulla strada statale.
L’unico veicolo, un pick -up sferragliante con il cassone pieno di adesivi, gli passò davanti accelerando, proveniente dalla piazzetta di fronte.
G*** alzò una mano in cenno di saluto al conducente, ma invece di attraversare la strada per dirigersi al negozio di alimentari, come da programma, si fermò e si guardò intorno.
Un luminoso mattino di ottobre, non un anima viva in giro, un silenzio quasi completo. La tentazione era troppo forte per resisterle e, tornato sui suoi passi, si nascose dietro  una casa e tracciò nell’aria frizzante un paio di rune molto potenti.
Due secondi ed era diventato trasparente.
Altri due e si era dissolto in puro spirito. Bene, ora poteva incominciare.
Svolazzò oltre il passaggio tra le due case e si ritrovò in mezzo alla statale. Forse non avrebbe corso comunque nessun rischio, visto l’inesistente traffico di quel sabato mattina, ma almeno così non avrebbe dovuto dare spiegazioni a nessuno.
Guardando verso sud, la prospettiva era semplicemente esaltante.  La strada scendeva con pendenza costante fino alla piazza vicino alla chiesa, fiancheggiata dalle case ritte sull’attenti, i tetti a doppia falda rivolti a est e i balconi ancora carichi di fiori. La maggior parte delle facciate era bianche, tutt’al più imbellettate da qualche ricciolo dipinto appena sotto gli spioventi o sugli spigoli, ma qualche fabbricato, più sfrontato, osava distinguersi dipinto di giallo, rosso mattone o addirittura azzurro. La linea diritta e senza esitazioni dell’asfalto imponeva il silenzio, ma le case, come scolarette indisciplinate, continuavano imperterrite a chiacchierare tra di loro e a bisbigliare da un lato all’altro della via, con il gocciolio continuo della brina notturna che si scioglieva correndo nelle grondaie. Solo qualche piccola figura, distante, rompeva la monotonia del quadro, ma sembrava muoversi controvoglia, come se risalire la corrente della strada fosse troppo faticoso.
Giunto alla fine della via, che curvava leggermente a sinistra oltre il campanile, lo sguardo era spinto ad alzarsi e l’allegra sinfonia dei colori sbiadiva nel verde dei prati e dei boschi, che già iniziavano a macchiarsi di ocra, arancio e carminio. Ancora più su, e le tinte sbiadivano nel grigio della roccia e nel bianco abbagliante della prima neve, che si spingeva orgogliosa a coronare la mole materna della montagna che chiudeva il fondale. Sembrava destarsi in quell’istante, una dea silenziosa e altera che lasciava cadere uno dopo l’altro gli ultimi veli di nuvole che la coprivano, capace di abbracciare, o fulminare, con un solo sguardo il microcosmo di pigre formiche che sciamavano alle sue pendici.
Al di sopra di tutto, maestoso e infinito come l’ultimo dei misteri, l’azzurro perfetto e impietoso del cielo.
G*** si volse allora dalla parte opposta, ma l’esaltazione si affievolì in un semplice motivo naif. Le ultime due case della via, una con il suo dignitoso pallore, l’altra con una sfacciata tinta verde mela, inquadravano la lontana prospettiva delle altre borgate, una linea centrale nera che divideva due fasce d’erba color giada e qualche incongruo schizzo porpora o color terra. Un picco solitario, imbiancato quasi del tutto, emergeva sullo sfondo, una silenziosa parentesi nell’ordine monotòno del cielo. Disperso da qualche parte, in parte smorzato dal chiocciare delle grondaie, il rauco stridio di una motosega forniva uno stonato contrappunto alla noia campestre della figura.
Notevole, pensò G***,  vivo in uno sperduto borgo montano, ma quando si impegna riesce a regalare dei bei quadretti!
Svolazzò di nuovo dietro a una delle case, tracciò altre due rune e tornò a essere corporeo e visibile.
“Per oggi basta” disse “E’ ora di andare a fare la spesa!”.

Ripeto: niente di che, ma avevo bisogno di sgranchire le dita.
Alla prossima!

Ciao!

Rieccomi qua.
No, non sono sparito. Mi piacerebbe raccontarvi di grandi crisi esistenziali, viaggi alla ricerca di me stesso, scoperte eccezionali, amori impossibili e altre facezie, ma mentirei spudoratamente e quindi non lo farò.
Molto più semplicemente, la lunga assenza è dovuta alla ricerca dell’equilibrio tra la vita quotidiana, gli affetti, il lavoro e la voglia di dedicarmi a ciò che mi piace e che mi fa stare bene… inserendo ogni tanto qualche ora di sonno.
Inutile dire che l’equilibrio non l’ho ancora trovato.
Quello che ho trovato, purtroppo, è stata una grande, immensa paura della pagina bianca. Speravo di averla sconfitta, ma è ancora lì. Un bravo analista (ma anche uno di quelli mediocri) direbbe che quella pagina si carica di una montagna di significati: cicatrici da delusione, paura della scelta, timidezza congenita, complesso di Edipo… le solite cose, insomma.
Per fortuna alla riflessione è seguita l’azione. Quindi, ricomincio con una piccola sciocchezza, un raccontino rapido nato da una semplice intuizione. Poi, ho intenzione di continuare con dei post che sono un po’ di servizio e un po’ da ridere, senza contare tutte le serie iniziate e da continuare (Porta lo Zio, Ritratto del Blogger da Cucciolo, eccetera).
E poi le idee. Continuano a covare nel cervello, a fermentare, a tingersi di colori sempre più vididi, di particolari sempre più precisi. Stanno cercando la loro strada per la carta.
Devo solo imparare a farle uscire.

Per il momento, ecco il raccontino. Alla prossima!

Una semplice richiesta

New year’s day

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Il bosco che accolse G*** il primo dell’anno non aveva ancora smesso gli abiti autunnali.
Era caduta un po’ di neve, in verità, e il freddo degli ultimi giorni aveva elargito una generosa mano di ghiaccio un po’ ovunque, ma l’impressione che se ne ricavava era quella di un gelido novembre, piuttosto che di un autentico gennaio. Il bianco non riusciva ad arrivare sotto le chiome degli abeti, vicino al tronco, e anche dove si raccoglieva sembrava fin troppo fragile, preda del primo vento un po’ impetuoso che avesse voglia di passare di là.
G*** si incamminò lungo il suo sentiero preferito e, giunto al bivio oltre il torrente, scelse la strada a sinistra. Dopo poco, il folto degli alberi lasciò il posto a una radura e a un altro bivio. Tenendosi sempre a sinistra, G*** attraversò un ruscello e continuò a camminare sul lato in ombra, rabbrividendo un poco per il brusco cambio di temperatura. Trascorsi dieci minuti si fermò, si guardò intorno e vide ciò che stava cercando.
Il faggio, vecchio, grosso e contorto, si era ritagliato il suo spazio in mezzo agli abeti, spiccando come una gemma pallida in mezzo al verde. G*** trovò il ceppo dove era solito sedersi, lo ripulì dal velo di neve che lo ricopriva e si accomodò di fronte al faggio. Si tolse gli auricolari, lasciò uscire l’aria in un una candida nuvoletta di vapore e sorrise:
– Buongiorno Fagus! Come andiamo, oggi?
– Buongiorno a te, G*** – rispose il faggio – Non posso lamentarmi, grazie. Certo, ci fosse un poco più di neve…
– Davvero, ce ne sarebbe bisogno – annui G***, girandosi a guardare in direzione del paese – Certo che lo abbiamo proprio mandato a puttane, il clima! Se penso agli inverni della mia infanzia… la neve arrivava a fine novembre e non se andava fino ai primi di marzo, almeno!
Sospirò e torno a guardare il faggio:
– Beh, tu di inverni ne avrai visti qualcuno di più di me, immagino…
– Puoi dirlo. Certo, adesso sono piuttosto in là con gli anni e un po’ di caldo non mi dispiace, ma così… – sollevò un paio dei rami più bassi, come se volesse fare spallucce, poi ne puntò uno verso G***:
– E tu, cosa ti porta da queste parti? Voglia di tranquillità?
– Anche. Il paese si riempie di turisti in questo periodo. Per fortuna, intendiamoci…
– Ma tu hai un animo un poco snob, non è vero? – lo interruppe il faggio.
– Lo ammetto – rispose G*** rivolgendo le palme delle mani al cielo – Ma avevo anche bisogno di fare quattro chiacchiere con qualcuno che avesse voglia di ascoltarmi, che mi capisse. Qualcuno con cui confidarmi.
– E quindi ai pensato al buon vecchio Fagus.
G*** annuì vigorosamente e sorrise:
– Con te si può spaziare. E poi non ho timore ad aprirmi, ad affrontare argomenti seri, profondi.
Il faggio fece ondeggiare i rami da un parte e dall’altra:
– Parlare di figa ogni tanto, mai, eh?
G*** spalancò gli occhi. Il faggio mosse la cima a destra e a sinistra, come se stesse scuotendo la testa. Un po’ di neve ghiacciata investì anche l’uomo seduto di fronte a lui.
– Scusa, fai finta di non aver sentito – disse il faggio con un tono di voce più basso – Anche il vecchio Fagus è stanco del suo ruolo, ogni tanto. Un piccolo moto di stizza. Tranquillo, è già passato. Mi calo di nuovo nel personaggio, ok?
G*** fece per parlare, ma richiuse la bocca e se ne stette zitto per un paio di minuti buoni, ascoltando i rari scricchiolii del bosco tutt’intorno.
– Se vuoi, torno un’altra volta – aggiunse poi, timidamente.
– No, no, rimani, ti prego! Va tutto bene, è stato solo… un momento così, ogni tanto capita anche ai faggi. Vai pure avanti.
G*** si guardò le scarpe imbarazzato, ma poi riprese coraggio:
– Non è solo voglia di stare da solo. Ultimamente mi sono soffermato a pensare su molte cose, e allora… Sai, forse è che il tempo passa anche per me, forse è questo periodo dell’anno, le feste e tutto quanto.
– Ma tu non ti dichiari ateo? – chiese Fagus.
– Certo, e con orgoglio – rispose G*** – Non ha niente a che fare con il 25 dicembre. E’ qualcosa di più profondo, qualcosa che ha che fare con il solstizio, la luce che ritorna, quelle cose lì… mettila come ti pare, ma è comunque un anno che finisce e un altro che comincia, su questo sarai d’accordo.
Il faggio non si mosse. G*** lo prese per silenzio-assenso:
– Vedi, soprattutto negli ultimi giorni è stato come se fossi salito sulle montagne russe: picchi di felicità, valli di tristezza, risalite di gioia, discese di amarezza, un altalena di emozioni che mi lascia sempre distrutto, anche se cerco di non darlo a vedere.
– Che non sia un problema di ricaptazione della serotonina? Magari dovresti aggiustare le dosi degli antidepressivi…
G*** scoccò un’occhiataccia all’albero. Per un attimo, il faggio sembrò cercare di torcere il tronco come se volesse disperatamente guardare altrove.
G*** scosse la testa:
– In fondo è solo un problema di chimica, questo lo so. Il problema è che la chimica si trasforma in emozioni e queste sono delle brutte bestie, per me.
– In effetti, hai molte cose in comune con i faggi.
– Ma non ho la corteccia così dura – ribatte G*** alzandosi e battendo con le nocche guantate sul tronco di Fagus – Alle volte mi piacerebbe, però.
– Smettila di girare intorno al problema – lo esortò l’albero – Sei arrivato fin qui, sfogati!
– Sai, credevo di aver capito molte cose. Soprattutto, ero convinto di essere arrivato a delle buone conclusioni sulla natura delle persone, su quelle più vicine a me, quelle più care. E invece… è una sorpresa continua. E nemmeno sempre positiva.
– Stiamo parlando della tua famiglia?
– Esatto. Le cose non vanno mica male, per carità! Però le certezze che ho costruito negli anni non sono più così granitiche. Non credo che le persone riescano a cambiare radicalmente, così, da un giorno all’altro, e la mia famiglia non fa eccezione. Solo che, da un po’ di tempo a questa parte, mi sembra di notare che non siano più quelli di sempre.
– Radicalmente… – borbottò il faggio – Se solo voi homo sapiens aveste davvero un’idea di cosa significa davvero un avverbio del genere…
– Scusami? – domandò G*** stupito.
– Voi non siete vegetali, ragazzo mio! Non siete obbligati a trascorrere le vostre esistenze ancorati al suolo, nel luogo dove i semi hanno attecchito. Nè, tanto meno, avete una scorza che vi isola dal mondo esterno. O una struttura così robusta. Non siete alberi. E per fortuna, aggiungo io.
– Perdonami, ma non riesco a seguirti.
Fagus sembrò contrarsi, come se volesse emettere un grosso sospiro. Poi distese tutti i rami, scuotendosi di dosso altra neve ghiacciata:
– Siete soggetti al mutamento a un grado molto superiore al nostro. Probabilmente per questioni evolutive, ma non è questo il punto.
Un ramo più grosso degli altri calò dolcemente sulla spalla di G***.  Era ruvido e freddo, ma la sensazione non era per nulla spiacevole:
– Forse le persone che compongono la tua famiglia sono cambiate, ma non lo fate tutti, sempre? E tu, credi forse di essere rimasto sempre lo stesso in questi… quanti sono, quarant’anni, giusto? Non ti è venuto in mente che forse anche loro abbiano notato qualche cambiamento in te? Meglio ancora: non è che li stai guardando in modo diverso da come li hai sempre visti?
G*** strinse gli occhi, cercando di comprendere.
– Guarda me – riprese l’albero – Adesso mi vedi grigio, spoglio. Sembro uno strano errore qui, in mezzo a tutti questi abeti luccicanti. Ma ripassa di qui a maggio e allora sarò sfolgorante! E poi a ottobre, quando sembrerò andare a fuoco nella luce del tramonto! Eppure sono sempre io, non ti pare? Sotto questa corteccia c’è sempre il buon vecchio Fagus. Vedi, da tutti i dialoghi che ho sostenuto con te e con tutti coloro che mi hanno ritenuto degno delle loro confidenze, ho imparato qualche cosuccia su di voi. Siete degli strani camaleonti. Dovete cambiare per sopravvivere, ma vi è rimasta un’atavica paura del mutamento.
– Tu dici?
– Dico, dico. Come tutto, siete soggetti al tempo, e se rimaneste sempre identici a voi stessi, come pietre, vi sareste estinti non appena scesi dagli alberi.
Svolse il ramo appoggiato alle spalle di G*** verso sinistra:
– Dall’altra parte, sempre per sopravvivere, avete un bisogno estremo di organizzare tutto quello che vedete in qualche sorta di schema. Lo dovete incasellare, mettere al posto giusto, dargli un nome, una definizione e, se possibile, anche impartirgli una direzione in cui andare.
Svolse un altro ramo verso destra, più o meno alla stessa distanza del precedente. Poi li avvicinò posandoli di nuovo sulle spalle di G***, con estrema delicatezza:
– E in mezzo ci siete voi. Alla continua ricerca di un equilibrio. Non me l’hai confidato tu, una volta, che ti sembra di camminare continuamente su un filo sospeso nel vuoto?
– Altroché – annuì G*** – Tanti piccoli aggiustamenti quotidiani, per non cadere.
– E se lo fai, magari senza rendertene conto, non pensi che lo possano fare anche gli altri? Magari proprio quegli altri che hai messo sullo scaffale etichettato “Famiglia”? Anche loro sono esseri umani. Solo che hanno un cartellino addosso, con scritto “Mamma”,”Papà”, “Fratello”, “Nonna” e così via. Fate una gran fatica ad accettare i cambiamenti nelle persone che avete scelto, amici o compagni, figuriamoci di quelle che non avete potuto scegliere! Solo che anche loro possiedono quella strana caratteristica di essere persone come te. Con un loro carattere, le loro idee, i loro pregi e i loro difetti.
G*** arricciò le labbra, in una smorfia che era comprensione e rassegnazione insieme:
– Credo di capire. Forse li sto vedendo per quello che sono davvero. E faccio fatica ad associare quello che vedo alle etichette.
L’albero inclinò la cima avanti e indietro, con delicatezza:
– Già. E alle volte il cuore rimane appeso alle targhette sullo scaffale, non è vero?
G*** alzò le spalle.
– Lo so. Immagino non sia per niente facile. Ci sono degli indubbi vantaggi a essere delle piante come me.
I rami sulle spalle di G*** si intrecciarono dietro la sua schiena a formare un abbraccio.
– L’hai detto. E’ schifosamente difficile – ammise l’uomo – Qualche consiglio?
– Potrà non sembrarti il massimo della correttezza, ma anche in questo caso devi imparare a fare l’equilibrista. Devi essere un po’ più… passami il termine… opportunista. Chiamalo opportunismo del cuore, se ti va, ma può servire a dare il giusto peso alle cose e, soprattutto, alle emozioni. Attacca due fogli a ogni scaffale, uno all’etichetta e uno all’immagine di chi ci hai messo sopra, in modo che  tu possa scrivere ogni episodio, ogni ricordo, su uno dei due fogli. O su tutti e due, se è il caso. Se non ti piace, se ti mette a disagio, se hai bisogno di tempo per comprenderlo, scrivilo sul foglio che hai attaccato all’immagine, all’essere umano. Se invece non ti da problemi, se lo senti giusto, scrivilo sul foglio che hai attaccato all’etichetta.
– Devo fare la lista dei buoni e dei cattivi, come Babbo Natale?
– Non ho detto che sia così semplice. Le emozioni sono come la mia chioma in autunno: sei in grado di elencare tutte le sfumature dei suoi colori? Io non ci riesco e non credo riesca a farlo tu. Inizia a scrivere su quei fogli e vedrai che non sarà tutto rosso o giallo. Rimarrai con la penna in mano un sacco di volte, ma non ha importanza. Scrivi, sempre. E se poi ti accorgi che non va bene, cancella e riscrivi sull’altro foglio.  Alla fine quei fogli saranno pieni di cancellature, ma sono fatti di carta robusta. Vuoi sapere la cosa più strana?
– Quale sarebbe?
– Arriverà un giorno in cui dovrai togliere l’immagine e l’etichetta dallo scaffale. No, adesso non ci pensi, ed è giusto non pensarci.  Il momento arriverà comunque, e allora ti accorgerai che c’è un solo foglio al posto di quei due hai appeso, e sarà pieno di tutte le cose che hai scritto su entrambi i fogli.
Il faggio sciolse i rami e li ritirò verso il tronco.
G*** lo fissò per un lungo istante e poi sospirò. Non c’era molto altro da aggiungere, pensò.
In lontananza, il campanile batté undici rintocchi. G*** si alzò e abbracciò il tronco del vecchio albero:
– Grazie mille, vecchio mio – gli disse, rivolgendo lo sguardo verso la cima – Sei sempre tu il migliore.
– Tu applicati – rispose Fagus – e vedrai che starai meglio.
G*** riprese gli auricolari infilati nella tasca della giacca a vento e se li rimise nelle orecchie:
– La prossima volta parliamo di figa, te lo prometto!
L’albero agitò un ramo, come a voler liquidare la cosa:
– Promesse, sempre promesse… alla prossima!
– Alla prossima!
G*** si incamminò lungo il sentiero, diretto verso il paese. Il faggio in mezzo agli abeti si lasciò scorrere il vento tra i rami, canticchiando sottovoce un vecchio motivetto. 

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